ROBERTO DA RE GIUSTINIANI

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Con Roberto Da Re Giustiniani entrano in gioco le sottili differenziazioni, gli impercettibili movimenti, gli accenni silenziosi, gli scambi inquietanti tra memoria e attesa in cui si manifesta l'enigma della vita e della sua irrisovibile finitezza.

Luigi Perissinotto, agosto 1992


ROBERTO DA RE GIUSTINIANI È UN ERRORE CHE CAMMINA

Non ho la più pallida idea di quale sia la visione del mondo per Roberto Da Re Giustiniani e suppongo nemmeno lui la conosca. Non ha tempo, preso com'è da continuo stupore per l'evolversi delle stagioni, l'intaglio di una porta o lo sguardo di un essere umano. In questo stupore viene abolito il giudizio, la visione del mondo. Non può esserci stupore se gia si conosce, o si presume di conoscere, il confine tra il bene e il male trii il bello e il brutto. Giustiniani delle molte persone che ho la fortuna di frequentare è tra quelle che vivono più al di fuori di sé. E' la dove va lo sguardo, non dove la cassettiera del cervello ferma l'occhio con i suoi scompartimenti morali o con le misere panzane dell'ideologia applicata al pensiero e alle forme R.D.R.G. attinge al mondo a 360 gradi, unico appiglio un'etica non moralistica, indistruttibile. Succhia verità e ne distilla dai corridoi di un seminario, da un corteo di protesta, dalle sale di un palazzo, dai cartoni di un barbone. Potrebbe farlo anche dallo studio di un grafico, dove chiunque sosterebbe inorridito. R.D.R.G., da buon aristocratico, si permette di "sbagliare" sempre agli occhi di tutti. E, fateci caso, più tutti sono sicuri di sé, più R.D.R.G. sbaglia.

Roberto Da Re Giustiniani, credetemi, è un errore che cammina. Persevera negli errori con la rocciosità di un ciuco. Alza la sbarra di confini inaccettabili e passa di la tra la riprovazione di mezzo mondo. Illustrerò il caso servendomi di qualche pettegolezzo: era quasi dottore in medicina, camice bianco, quando si iscrisse a storia dell'arte. Era economicamente in salvo quando decise di diventare editore. Era coccolato dal mondo affascinante, acuto e poetico dell'installazione quando si mise a rifare mostre di pittura. Aveva una vita tranquilla, serate tutte per sé, quando decise di proliferare; e potrei continuare per pagine e pagine. Ma perché Roberto Da Re Giustiniani sceglie sempre lo sbaglio e lo sbaglio è sempre la via più scomoda?

La mia ipotesi è che gli sbagli di R.D.R.G. sono la prova di uno stile che supera le mode. Se ne impippa di ciò che va e di ciò che va a chi ci sta intorno. Dipinge vedute di Feltre con lo stesso rispetto, con la stessa profonda etica con la quale si applica ai minimalismi dell'installazione. E ne viene fuori un uomo che si toglie, che tace perché lui, e tutti noi, meglio si veda e si ascolti. L'io di Roberto Da Re Giustiniani è appeso al guardaroba, smesso, e tarmato. R.D.R.G. ha un disinteresse naturale a che gli si dica "bravo" e mette a disposizione di tutti, così facendo, la sua grande virtù: l'attenzione.

Un' attenzione estrema a persone e cose. Di sé fa silenzio e sguardo che ruota senza rimanere, sopra e sotto, a destra e a sinistra. Questa attenzione appassionata e disinteressata ha portato R.D.R.G. a "sbagliare" sempre, a fare il contrario di ciò che i sensati si attendono. Ed è solo con questa attenzione che un uomo può accettare percorsi scomodi cioè "sbagliare" e deludere. Ed è solo così che l'orecchio e l'occhio non perdono mai di vista la propria vera e intima vocazione, che non è solo l'arte. Che gli permette di vedere l'arte come un "mezzo per" e non come un fine o un' autocelebrazione. E a parte le nuvole mute, le foglie mute, certi sguardi muti, tutto nel mondo sembra complottare al fine di seppellire la propria vocazione. Al fine di dimenticarsi di sé per restare disperatamente aggrappati, nel breve tragitto, alle maniglie prese in prestito da questo o quel gregge di appartenenza o di scelta.

Chi scrive non ha tanta virtù, solo si accomuna a Roberto Da Re Giustiniani nell'errore cocciuto, nel conseguente biasimo del sensato, nell'apparente insensatezza dell'agire e nell'abbraccio in cui tutto è compreso.

Moreno Miorelli, 1994


TERRE D'AUSTRIA

Roberto Da Re Giustiniani non ama le guerre che si combattono in piazza, predilige invece le sfide che egli ingaggia con se stesso per riproporsi alla visione, per rinnovare la comunicazione artistica in modi e forme desueti a quanti pensano di conoscere di lui le orme percorse.

E' un nomadismo intellettuale che è al tempo stesso misura della sua attenzione al dibattito culturale e della sua giovinezza artistica; sono appunti di un viaggio ambiguo, che non finirà mai, nei territori della vita e dei sogno piuttosto che la riaffermazione orgogliosa e noiosa di una ricerca formale soltanto personale. Se il naturale processo artistico presuppone la costituzione di una essenziale distanza critica, davanti all'evidenza dell'evento, che spinge l'artista più o meno lontano lungo linee d'esplosione sue proprie, noi vediamo invece prevalere in Roberto Da Re Giustiniani la spinta implosiva verso un'interioritá non disabitata, ma dove l'io s'impaurisce per il premere della folla, brusco, caotico, imprevedibile, popolato di simboli, segni, padri e maestri sedimentati in noi da una tradizione artistica e culturale, oggi non più soltanto occidentale, ma cosmopolita fin quasi a nuovi modelli di omologazione universale.

La nostra cultura attuale non è scolpita negli eterni gradi dell'assoluto concettuale, ma si presenta come un continuum relazionale brulicante, un perenne divenire nell'altro da sè, d'inafferrabile, quantistico consistere: un vivere ai margini dove battono eterno maree risonanti d'identitá e alterati.

E questa deriva porta Roberto Da Re Giustiniani a cercare proprie strade, lo induce talora a sostenere il costo di rompere quei rapporti di complicità e confidenza che si ricreano tra la comunità e l'artista, a nuotare fuori dalle rive del grande fiume, ad infrangere l'omogeneità dei comportamenti di massa per trovare una propria cifra, per scampare alle mobili sabbie del "come tu mi vuoi", norma e canto di sirena del nostro odierno capitalismo maturo. Oggi più che mai sarebbe giustificabile il silenzio dell'arte il singhiozzo della fontana malata di Aldo Palazzeschi.

Sono, i nostri, giorni in cui si leggono spesso giudizi che dicono brutti i films impegnati, il che c'induce a pensare che, fra poco, si esalterà il bello posto tout court in alternativa all'impegno.

Roberto Da Re Giustiniani reagisce rivendicando dignità alla gratuità del gest o artistico e restituendo valore al suo "non essere funzionale" se non al processo di educazione alla diversità e finendo così per seminare briciole di moderna etica civile. Queste tempere, nate alla radice dei sentimento e dell'ispirazione, in terra d'Austria, sembrano sguardi attoniti dentro mondi di favole fisse, viste attraverso gli occhiali di un cantastorie. Come ogni uomo che narra, egli non è né svagato né assente; reca invece sulle spalle, più o meno evidenti, le incrostazioni culturali che il vascello della sensibilità ha raccolto negli infidi mari della tradizione figurativa europea, sudamericana e africana. Egli sceglie una provocazione artistica non sguaiata, ma intenta, discreta, riflessiva, che è la costante dei suo fare. Nelle gouaches che oggi espone domina il registro lirico, la realtà è sospesa, isolata nella sua vetrina di cera.

Sono case, annegate in colori di terra, che antropízzano mute nella malinconia praghese; soffi di vento che cristallizzano attimi rattenuti d'asburgiche nostalgie, alberi solitari, frutti dalle guance rosse ed aie deserte della cerulea Rus; incroci di villaggio danubiano dove un piccolo fanale ferisce la nebbia, ma anche sciabolate subliminali di ponchos colombiani o di coperte e mantelli delle savane africane. Roberto Da Re Giustiniani ama percorrere strade a rischio camminare nelle differenze, esaltare le sfumature, insinuarsi nei territori inesplorati come quelli che stanno talora fra l'arte classica e le funzionalità decorative: un viaggiare sotto la pelle dove la capillarizzazione del vissuto e del sognato artistico apre? la strada a nuove esperienze, a una nuova generazione delusa da ogni rivoluzione ed impedita, o che si nega ogni ritorno.

Vittorino Pianca, Rimini 15 novembre 1995





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